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Il balcone

"Vorrei, vorrei, vorrei... come vorrei, quanto vorrei, vorrei tutta la vita che c'è. La vorrei solo per me, tutta per me. Vorrei indossare un vestito lungo, di quelli che quando giri su te stessa fanno la ruota, e con quello vorrei ballare, ballare, ballare. Fino allo sfinimento, fino al sonno senza pensieri, fino al silenzio. Ballare per essere viva, per vivere. Ballare per essere libera."

Immaginavo questo vorticare silenzioso e veloce, la sensazione di vertigine, di ebbrezza: era come respirare la vita, era come riempirsene i polmoni, gli occhi, il cuore, l'anima. Invece me ne stavo distesa sul mio letto, con gli occhi chiusi e le braccia spalancate: immaginavo. Rintanata nel mio rifugio, tra le mura della mia casa; unico luogo sicuro ma anche prigione senza sbarre e chiavistelli. Immaginavo solamente. Avere un'esigenza impellente di vivere - una specie di frenesia - e allo stesso tempo averne una paura folle. Una paura che attanaglia, che paralizza, che riduce il tuo corpo ad un tremore convulso, insensato ma incontrollabile. Paura del mondo là fuori, della gente, di qualsiasi cosa.

C'era chi mi diceva: "Adesso basta! Se tu ci mettessi la buona volontà..."

Magari! La volont√† come una bacchetta magica.. Sarebbe bello, sarebbe facile. Purtroppo non √® cos√¨. E di questo ci si vergogna, ci si vergogna tanto. Ci si vergogna perch√© non si ha pi√Ļ potere sul proprio corpo, non si riesce pi√Ļ a controllarlo, fa quello che vuole. Il cuore batte sempre pi√Ļ forte, rimbomba nelle orecchie, nella gola, batte all'impazzata; pare quasi di poterne morire, di poterci impazzire in quell'infernale girone di emozioni troppo violente e devastanti. Pu√≤ durare minuti come ore. Per questo ci si nasconde: gli altri non ti devono vedere, assolutamente. Non devono sapere, nemmeno sospettare. Altrimenti ti giudicherebbero, capirebbero come ti sei ridotta. Questo pensavo. E credevo che tutta quella sofferenza fosse giusta. Giusta e meritata: una punizione. E le punizioni si scontano, o no? Non ti muore un figlio per niente! Qual √® la tua colpa? Una colpa c'√®, per forza. Anche pi√Ļ d'una: tante colpe. E allora si passa la propria vita al setaccio, alla ricerca. E si trova, si trovano tante di quelle colpe, tanti di quegli sbagli.. Un essere misero, imperfetto, fragile ha infinite colpe: vanno caricate tutte sulle spalle, tutte. Non dimentichiamocene neanche una, non tralasciamo niente:

"Anche quella volta che.. e poi ancora, me lo ricordo, certo… e poi… e poi.. Sì, tutto, tutto. Cattiva, vergognati!"

Sei stata punita: questo è l'ordine delle cose! Pensavi forse di farla franca? Che nessuno si accorgesse? Sei stata punita e lo sarai ancora. Fino all'espiazione. Allora, forse, ti sarai guadagnata il perdono. Perché il perdono ce lo si guadagna, ce lo si suda, ce lo si deve meritare; è necessario strisciare lungo le giornate, le notti, le settimane, i mesi. Trascinarsi bisogna, con fatica, con sforzo. E ripetere:

"Scusatemi, scusatemi, scusatemi.."

A chi? A, forse, qualche divinità astratta e indefinita, crudele e per niente misericordiosa nascosta da qualche parte?! Per che cosa? Per guadagnarsi il diritto di vivere ancora?! Forse è un po' come offrirsi in sacrificio.. Ma a nessun dio, a se stessi. Bisogna espiare per potersi perdonare. Semplice a parole e così difficile nei fatti: perdonarsi. Tutto qui.

Il resto viene da sé, lentamente. Ci si accorge che il mondo là fuori, quello tanto terrificante, non è fatto solo di giudici implacabili, di dita puntate, di sguardi di scherno. Il mondo è fatto soprattutto di volti amici, di braccia tese, di occhi pronti a guardare nei tuoi. Lo si capisce dopo e si rimane sorpresi. Ed è un po' come rinascere.

Così è come ho sentito io, come ho vissuto questa mia esperienza; mi è rimasto un prima e un dopo. E forse un buco nel mezzo, rammendato alla meglio, una specie di ferita che ogni tanto torna a farsi sentire, lievemente, quasi con dolcezza.

Ed è rimasto anche questo balcone.. Piccolo, nemmeno tanto bello: il mio balcone. Per lunghi mesi ha rappresentato i miei occhi sul mondo, il mio sguardo rivolto alla vita. Mi ci sedevo, ascoltavo la voce di mia figlia che giocava nella piazza sottostante, mi guardavo attorno. Percepivo lo scorrere del tempo e della vita: il sole che lascia il posto alla notte, l'estate che segue la primavera. Da questo balcone riuscivo a stabile un contatto con chi, nonostante tutto mi veniva a trovare, comprendendo una situazione che anche a me oggi appare quasi assurda. Il mio balcone: parte della mia prigione eppure porta aperta verso l'esterno.

Di Miriam Bordoni, mamma di Alessandro